Storia
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Alcuni storici identificano Verbicaro con l''Aprustum dei Bruzi o con Vergae. Il nome del paese è di origine incerta per le varianti etimologiche; da Vernicaio, così denominato per la chiarezza dell''aria, " a vernante aere dictum", a Bernicaro e Berbicaro, in dialetto Vruvicaru, che potrebbe significare etimologicamente luogo di pastori, dal latino "berbicarius", pecoraio o per la derivazione etimologica dal latino vervex, pecora.
La denominazione di Verbicaro, quindi, potrebbe essere derivat » Continua
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Alcuni storici identificano Verbicaro con l'Aprustum dei Bruzi o con Vergae. Il nome del paese è di origine incerta per le varianti etimologiche; da Vernicaio, così denominato per la chiarezza dell'aria, " a vernante aere dictum", a Bernicaro e Berbicaro, in dialetto Vruvicaru, che potrebbe significare etimologicamente luogo di pastori, dal latino "berbicarius", pecoraio o per la derivazione etimologica dal latino vervex, pecora.
La denominazione di Verbicaro, quindi, potrebbe essere derivata, con fondatezza di ragione, secondo l'ipotesi etimologica, dai luoghi, dove il borgo sorse, brulli, impervi e selvosi, abitati e frequentati da pastori.
Il centro storico, ormai parzialmente disabitato costituisce per la sua configurazione caratteristica, topografica ed urbanistica, il primo e più significativo documento storico relativamente all'origine ed alla ragione stessa del paese, in difetto di particolari fonti di notizie.
In rapporto alla sua configurazione topografica ne deriva che Verbicaro sia sorto come "castello" che si estendeva dal palazzo antico baronale sino a Bonifanti. L'antico palazzo baronale conserva ancora il nome di Castello. Si vedono ancora le strutture di un paese rifugio: mura di difesa con tre porte d'accesso all'abitato. Le case sono tutte di un solo vano, una addossata all'altra edificate a difesa e protezione. Si può ritenere che il primo nucleo abitato sia sorto in funzione difensiva, quando in epoca medievale, le popolazioni rivierasche, per scampare alla malaria ed alla violenza delle incursioni piratesche e dei Saraceni, durante il periodo bizantino, erano costrette a ritirarsi nel retroterra, in luoghi alti ed impervi, più sicuri e più adatti alla difesa.
Il borgo, ristretto alle origini tra i naturali contrafforti rocciosi ed i muraglioni protettivi di cinta, cominciò gradualmente ad espandersi con il crescere della popolazione diramandosi in agglomerati rionali di case nella campagna circostante. Il paese si sviluppò da questo nucleo fino a raggiungere le dimensioni attuali.
L'episodio più noto e studiato della storia di Verbicaro è l'epidemia di colera dell'estate del 1911 e la rivolta che causò. Molto spesso il fatto viene strumentalizzato per sottolineare l'arretratezza del paese agli inizi del Novecento, senza considerare che in quegli anni a vivere in condizioni di emarginazione non era solo Verbicaro ma tutta l'Italia meridionale, con gravi responsabilità del governo nazionale.
Ai verbicaresi erano tristemente note le conseguenze di un'epidemia, poichè già in passato il paese era stato colpito da simili calamità. La prima di cui si ha notizia risale al 1656, quando per il contagio che colpì il Regno di Napoli morirono a Verbicaro 1036 persone, l'altra nel 1844 che registrò 246 morti. Il colera, implacabile, si abbattè ancora su Verbicaro nel 1855 e fu ancora più drammatico non solo per l'elevato numero di vittime, ma, soprattutto per la rivolta che questo causò, di gran lunga più cruenta e con lo stesso meccanismo di quella del 1911.
Nel 1911, quando in Italia si celebravano i primi cinquant'anni di unità nazionale, si salutava questo avvenimento con grandi manifestazioni e cerimonie, da Verbicaro, da questo piccolo e sperduto paese della Calabria, del tutto sconosciuto alla gran parte degli italiani, cominciarono a giungere notizie inquietanti. L'epidemia di colera, che nell'estate del 1911 aveva toccato altre regioni italiane, ebbe a Verbicaro, per le precarie condizioni igieniche e sanitarie, effetti devastanti. Provocò la violenta reazione della popolazione di Verbicaro che insorse contro le autorità locali, i "galantuomini" del paese, considerati responsabili dell'epidemia, giudicati alla stregua di "untori".
Il popolo, terrorizzato dall'epidemia, e dovendo nella sua ignoranza, spiegare quella tragedia, giustificava il colera con la "polverella": un veleno messo dalle autorità locali nelle fontana pubblica per uccidere gli abitanti. La causa dell'epidemia era la mancanza di igiene. L'acqua della "fontana vecchia", l'unica fontana pubblica, la cui sorgente era nel sottosuolo, era inquinata dagli stessi cittadini, che di notte soddisfacevano i loro bisogni per le vie.
Nel tumulto furono uccise tre persone, ritenute responsabili dell'avvelenamento.
Verbicaro, diventa, in quell'estate del 1911, quasi un monito per la coscienza di un paese e di uno Stato che sembrava aver dimenticato antichi e non risolti problemi sociali.
L'episodio distruttivo e desolante del 1855, che si ripetè con inalterata intensità nel 1911, segnò i cittadini con il marchio infamante della ferocia e della criminalità.
In realtà erano solo dei poveri contadini abbandonati a sè, abituati a sopportare i soprusi dei "galantuomini" e che avevano una sola fede in cui credere e sperare: la famiglia. E quando un'epidemia senza scampo li privò degli affetti più cari, improvvisamente e senza nessuno capace di dare spiegazioni plausibili a ciò che stava accadendo, impazzirono di dolore, divenendo collettività incontrollabile, feroce e devastante. Furono, dunque, l'eccesso di dolore e l'ignoranza a causare le rivolte.
Sono storie cariche di sofferenze e meritano tutto il nostro rispetto; e se non un minimo di comprensione, neanche un giudizio frettoloso o distratto.
Sono avvenimenti spiacevoli ma, anch'essi, purtroppo, ci appartengono, sono parte integrante della nostra vita, da non dimenticare.
Il palazzo marchesale fu costruito nella seconda metà del '700, in aderenza all'ala di accesso al vecchio castello, dove probabilmente alloggiavano i precedenti feudatari durante la loro permanenza in paese. Di scarso valore architettonico, abbastanza modesto in confronto ad alcuni fastosi palazzi gentilizi, costruiti altrove da altri feudatari, attualmente, proprietà di privati cittadini, è stata sede per lungo tempo della caserma dei carabinieri. Una scritta dipinta sotto il cornicione: "Nicollaus Cavalcanti, de marchionibus terrae Verbicarii, sibi suisque fecit " ci ricorda che fu costruito da Nicola Cavalcanti, marchese di Verbicaro.
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Chiesa S.Maria delle Grazie costruita secondo i canoni della moderna architettura sacra; aperta al culto in data 11 novembre 1979, giorno votivo della Madonna delle Grazie a ricordo del morbo del colera del 1837. In seguito fu istituita parrocchia Sacro Cuore di Gesù in Nostra Signora delle Grazie. All''interno si possono ammirare varie statue di recente manifattura e sull''altare centrale un antico trittico raffigurante la Madonna delle Grazie e lateralmente S.Giuseppe e S.Anna proveniente dall » Continua
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Chiesa S.Maria delle Grazie costruita secondo i canoni della moderna architettura sacra; aperta al culto in data 11 novembre 1979, giorno votivo della Madonna delle Grazie a ricordo del morbo del colera del 1837. In seguito fu istituita parrocchia Sacro Cuore di Gesù in Nostra Signora delle Grazie. All'interno si possono ammirare varie statue di recente manifattura e sull'altare centrale un antico trittico raffigurante la Madonna delle Grazie e lateralmente S.Giuseppe e S.Anna proveniente dall'antica chiesa in P.zza S.Pietro demolita nel 1950.
La chiesetta di S.Maria la Nova, che era ubicata fuori dell'abitato, su una collina a monte del paese, detto "Calvario", solitaria, un tempo era un antico romitorio, con delle celle per gli oblati, per coloro che vi si ritiravano per dedicarsi alla preghiera consacrandosi al servizio di Dio e della Chiesa. Nell'interno della chiesa, in una nicchia era riposta la statua di S.Antonio di Padova e su un altare laterale era collocata la statua della Madonna scolpita nel 1700. Queste statue sono ora custodite nella nuova chiesa di S.Maria la Nova; armonica nella sua modesta e contenuta struttura architettonica, fu fatta costruire per iniziativa e devozione di privati nel 1879, nelle vicinanze della vecchia, che era andata in rovina per mancanza di manutenzione dopo il suo incameramento da parte del governo e che crollò nel 1886 logorata dal tempo, dopo che lo spiazzo antistante era stato adibito a cimitero comunale. L'8 settembre si celebra la festa della natività della Madonna. Sull'altare centrale si può ammirare un dipinto su tela raffigurante la Madonna col bambino in trono, probabilmente opera di Genesio Galtieri.
La Chiesa di S.Maria di Loreto situata a due chilometri circa dal paese, in aperta campagna, sul fianco sinistro della valle dell'Abatemarco, di origine medievale, molto modesta nella sua semplicità architettonica. Intorno al sec. X , sul luogo dove sorge la chiesetta, fiorì un romitorio femminile , basiliano. La preventiva denominazione era di Santa Maria del rito (per il rito bizantino che vi si professava) e solo in seguito la denominazione è cambiata in Santa Maria di Loreto. All'interno si possono ammirare una statua in cartapesta raffigurante la Madonna con bambino e nell'abside della chiesetta affreschi raffiguranti la Madonna con bambino e Santi. All'esterno sopra il portale vi è una nicchia dove è posta una statuetta in pietra raffigurante la Madonna con il bambino sulle spalle (stessa iconografia dell'affresco).
La Chiesa di S.Francesco di Paola, santuario diocesano dal 9 settembre 1997, risale alla fine del 1800, si trova su una collina "supra dd'iertu", a circa tre chilometri dal paese, percorrendo la strada rotabile, da dove si domina con lo sguardo, per l'ampio orizzonte, la serra verdeggiante delle colline, che degradano verso la valle, tra l'Abatemarco ed il Lao, fino alla costiera tirrenica. E' a pianta rettangolare, ad una piccola sola navata, con facciata principale e porticato, poggiato su tre archi a tutto sesto, con portone d'ingresso interno e campaniletto a vela costruito all'apice dello spiovente della tettoia. La chiesa custodisce una statua di cartapesta del Santo a cui è dedicata, un organo a canne, sull'altare centrale un dipinto su tela raffigurante il Santo e una croce lignea. Fu costruita con i fondi che un eremita della zona, Fra Giuseppe Cetraro, raccolse, questuando nei dintorni e con le offerte dei proprietari delle vigne, essendo S.Francesco il protettore dei vigneti.
Chiesa di S.Pietro nella struttura settecentesca e nei caratteri architettonici, ad unica navata rettangolare, abbastanza ampia, sobriamente decorata, sorgeva alla periferia del paese in uno spiazzale, detto "mpedi dd'urma" (ai piedi dell'olmo), per un olmo che vi vegetava, fiancheggiato da un torrente, che per la vicinanza alla chiesa venne denominato canale di S.Pietro. Le acque del canale, però, a regime torrentizio, specialmente nelle piene invernali, non frenate da alcuna briglia o argine, determinarono col tempo, per la loro forza erosiva, franamenti del terreno, che minarono la stabilità della chiesa, la quale, divenuta pericolante, fu chiusa al pubblico nel 1930. Fu demolita nel 1950 per evitare che crollasse, lo spiazzo rimasto libero sistemato e consolidato porta il nome di piazza S.Pietro. La campana datata 1719 è conservata nella chiesa madre come pure tutto l'arredamento sacro di pertinenza della chiesa e la statua di S.Pietro, di pregevole fattura dell'artigianato sacro napoletano del '700.
Il monastero dei domenicani fu costruito fuori dal centro abitato, in una zona pianeggiante, denominata, perciò, il "piano", che ora costituisce il punto di riferimento del paese, dopo la sua espansione urbanistica. A pianta quadrangolare, con al centro il chiostro e sull'ala destra la chiesa di S.Domenico, orientato verso nord-ovest, opera di esperte maestranze locali, esprimeva caratteri e motivi stilistici dell'architettura cinquecentesca, come si poteva notare dal portale e dalle arcate della Chiesa. Vicino, era ubicato un piccolo ospedale per i poveri. Il monastero ebbe una durata molto breve, venne soppresso dopo un trentennio appena di attività. I beni vennero assegnati alla chiesa parrocchiale. Con il passare del tempo, l'edificio, non più abitato e non più curato crollò parzialmente. Nulla più resta del vecchio monastero, ad eccezione di una parte dell'ala sinistra, quasi completamente rifatta e riadattata ad uso di abitazione privata. Per il resto, al suo posto, sorge l'attuale Piazza Piave con il Monumento ai Caduti. Neppure la chiesa esiste più, demolita nel 1930 per la sua malferma stabilità.
Tra il 1600 e il 1700, oltre alle cappelle filiali direttamente dipendenti dalla chiesa parrocchiale, erano sorte cappelle rionali ad iniziativa e devozione di privati: quella di S.Giacomo, di S.Antonio Abate, di S.Sebastiano, di S.Maria Maddalena, le quali ebbero vita breve poichè erano scarsamente dotate di fondi. Nessuna traccia è rimasta di quese cappelle se non il ricordo del nome trasmesso e rimasto alle vie adiacenti.
La professoressa Maria Pia Di Dario Guida, dell'Università degli Studi della Calabria, ritiene che nel XVI secolo, in Calabria, per quanto riguarda la cultura artistica, "l'unico episodio autoctono di rilievo è il tenue filone di pittura che è possibile seguire in vari punti della costa tirrenica e dell'interno". In alcuni centri, tra cui Verbicaro, "le chiese si ornano di affreschi il più delle volte con esili teorie di Santi". È il caso della cappella dedicata alla Madonna della Neve, l'edificio di culto più antico di Verbicaro, che ha sulle sue pareti affreschi del 1539, veri e propri gioielli del patrimonio artistico verbicarese.
L'ECOMUSEO: Un impegno che in questi anni ha guidato e animato l’azione dell’Amministrazione Comunale è stato quello di realizzare un Ecomuseo che potesse raccogliere, conservare e valorizzare la grande eredità culturale e storica che abbiamo ricevuto dai nostri antenati. Abbiamo voluto un luogo in cui esporre tutto quello che ci identifica come abitanti di questo territorio e ci tiene insieme e ci lega alla natura, gli oggetti che la nostra cultura ha prodotto, le tradizioni che ci arrivano dal passato. L’Ecomuseo sul quale abbiamo lavorato qui a Verbicaro, e che ora apre le porte ai visitatori, deve essere il luogo della memoria collettiva dei verbicaresi. Ciascuno deve sentirlo come proprio, i cittadini devono essere i protagonisti della sua attività, insieme alle istituzioni che lo hanno creato. Questo perché un Ecomuseo non può diventare un deposito in cui accumulare e conservare cose vecchie, ma deve essere utilizzato e vissuto come uno strumento sempre attuale a vantaggio dell’intera comunità civica, che attraverso di esso riscopre la sua storia. Il territorio che noi abitiamo non è costituito solo dagli elementi naturali che tutti vediamo, montagne, vegetazione, animali, acque, ma anche dalle opere realizzate dagli uomini nei secoli e quindi dalla storia e dalle tradizioni. Essere di Verbicaro non significa solo essere nato in questo paese o viverci da tanti anni, ma essere legato a un patrimonio di ricordi e di sentimenti che i nostri padri e i nostri nonni hanno ricevuto dai loro antenati e che hanno poi trasmesso a noi. L’Ecomuseo deve essere lo specchio fedele di tutto questo, deve riflettere quello che siamo veramente, gli aspetti più autentici e significativi della nostra cultura. Al contrario di un museo tradizionale, un Ecomuseo, lo dice lo stesso nome, deve tutelare, studiare e far conoscere la memoria collettiva di una comunità delimitata geograficamente e il suo rapporto storico e attuale con le risorse ambientali del territorio. Un museo tradizionale può anche limitarsi a raccogliere ed esporre i suoi oggetti. Un Ecomuseo deve far vivere il suo patrimonio, che non è solo ciò che espone, ma tutto il territorio di cui si occupa ed il rapporto che i cittadini hanno con esso. Questo è lo scopo del nostro Ecomuseo e sulla capacità di realizzare tutto questo misureremo la sua utilità ed efficacia. L’impegno dell’Amministrazione Comunale a realizzare l’Ecomuseo c’è stato ed è visibile nella struttura, negli oggetti, nell’esposizione. L’impegno deve continuare per arricchire la raccolta, migliorare l’esposizione, studiare territorio e storia, ma soprattutto, perché l’Ecomuseo sia punto di incontro tra istituzioni e cittadini, luogo in cui ciascuno di noi riscopra di essere parte di una comunità e per questo viva con maggiore consapevolezza il suo presente e costruisca con più entusiasmo il suo futuro.
Orari di Apertura: dal lunedì al sabato dalle ore 08:00 alle ore 13:00
Per prenotazioni telefonare al numero 0985/6139
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Verbicaro è uno dei 56 paesi del Parco (comune parzialmente nel Parco con centro abitato interno al Parco); fresco e accogliente d''estate, quando accoglie sui suoi pianori e nei suoi boschi visitatori fuggiti per qualche ora dalle spiagge, merita una visita in ogni momento dell''anno: l''autunno, quando i boschi si tingono di rosso e d''oro, l''inverno che rende le vette remote e severe, la primavera in cui l''acqua è la protagonista assoluta.
Il Parco Nazionale del Pollino, 196 mila ettar » Continua
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Verbicaro è uno dei 56 paesi del Parco (comune parzialmente nel Parco con centro abitato interno al Parco); fresco e accogliente d'estate, quando accoglie sui suoi pianori e nei suoi boschi visitatori fuggiti per qualche ora dalle spiagge, merita una visita in ogni momento dell'anno: l'autunno, quando i boschi si tingono di rosso e d'oro, l'inverno che rende le vette remote e severe, la primavera in cui l'acqua è la protagonista assoluta.
Il Parco Nazionale del Pollino, 196 mila ettari di patrimonio naturale e culturale sottoposto "ad uno speciale regime di tutela e di gestione", è uno dei nuovi parchi istituito con D.P.R. 15.11.93 in attuazione della legge quadro n. 394/91 sulle aree protette; si estende per circa 200.000 ettari. Ne fanno parte 56 comuni, 32 dei quali appartenenti alla Regione Calabria e 24 alla Basilicata. Costituisce quadri di vita unici nella loro bellezza e autenticità, nel valore della loro storia, delle loro memorie, delle loro tradizioni, della loro cultura autoctona. E' un componimento di beni, che si possono godere come servizi resi dalla natura conservata, tutelata e valorizzata; che si possono fruire con rispetto, educazione e sensibilità e con profonda conoscenza della loro qualità. A chi lo raggiunge con un viaggio a volte un po' faticoso, offre selvaggi paesaggi rocciosi, forre e canyon di straordinaria suggestione, ovattate faggete e pini loricati abbarbicati ai pendii più impervi, il volo elegante dell'aquila e le tracce del lupo.
Il simbolo del Parco Nazionale del Pollino è un albero: un grande, secolare e contorto Pino loricato (Pinus leucodermis), pianta di straordinario interesse e fascino. Il suo nome scientifico, "Pinus leucodermis" significa letteralmente "pelle bianca" per il caratteristico colore bianco argenteo che assume il tronco degli alberi ormai morti. La corteccia degli alberi più vecchi che è spessa, scura e fessurata costituita da grandi placche romboidali, quadrangolari o pentagonali ricorda la lorica, l'antica corazza a scaglie dei legionari romani; da questa è tratto il nome volgare della pianta "Pino loricato".
Cio' che piu' colpisce in questo straordinario vegetale e' il tronco: tozzo, massiccio, contorto; mostra orgoglioso i segni delle continue furiose battaglie con i venti feroci delle cime, con le nevi e le folgori. Il portamento delle piante isolate è plasmato dalle intemperie, si presenta spesso "a bandiera" con la chioma tutta da un lato nella direzione prevalente del vento, col risultato che i pini sembrano emergere, forti e possenti, ma contorti e tormentati, dalle rupi impervie su cui sono abbarbicati. E' estremamente longevo: molti esemplari superano i 900 anni. Da secoli sostiene una lotta titanica contro il "Faggio", albero forte e invadente che lentamente ha spinto il pino sempre piu' in alto.
Gli alberi ormai privi di vita, senza corteccia, con tronchi chiari quasi bianchi non sono solo resti inanimati e suggestivi di alberi in qualche caso millenari, ma rimangono vere e proprie sculture, testimoni muti della storia naturale del Parco.
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Verbicaro conserva ancora oggi e per certi aspetti intatti, usanze, costumi, tradizioni, feste, che ci riportano indietro negli anni.
Caratteristica è la processione figurativa e drammatica del Venerdì Santo. Questa tradizione si ripete fin dal 1751 anche se le statue dei misteri vennero acquistate negli anni che seguirono. La processione che ha inizio prima dell''alba, alle ore 3.00, è ispirata alla Via Crucis e alla Passione di Gesù; si tratta di una vera e propria rappresentazione in costu » Continua
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Verbicaro conserva ancora oggi e per certi aspetti intatti, usanze, costumi, tradizioni, feste, che ci riportano indietro negli anni.
Caratteristica è la processione figurativa e drammatica del Venerdì Santo. Questa tradizione si ripete fin dal 1751 anche se le statue dei misteri vennero acquistate negli anni che seguirono. La processione che ha inizio prima dell'alba, alle ore 3.00, è ispirata alla Via Crucis e alla Passione di Gesù; si tratta di una vera e propria rappresentazione in costume del corteo che accompagnò Gesù fino al luogo della sua crocifissione. Lungo il percorso alcuni fanciulli vestiti da angeli, alternandosi, recitano dei versi, che rievocano la Passione e preannunciano la Resurrezione; alle pendici del colle ha luogo la rappresentazione al vivo dell'incontro di Gesù con la Veronica, che gli asciuga il volto intriso di sudore e di sangue, e , sulla via del calvario l'incontro di Gesù con il Cireneo che , per l'ultimo tratto, lo solleva dal peso della croce. La processione è accompagnata da canti tradizionali e da suggestive marce suonate dalla banda musicale.
Resiste al tempo la stessa tradizione dei "battenti", che fra religiosità e paganesimo, si autoflagellano ogni anno il giovedì santo, precedendo la processione della Passione di Cristo. Sono uomini vestiti di rosso, portano in testa un fazzoletto dello stesso colore e con "u cardiddu", un pezzo di sughero in cui sono conficcate delle schegge di vetro, si percuotono le gambe fino a farle sanguinare. Compiono per tre volte lo stesso giro che percorre la processione, fermandosi davanti alle chiese che incontrano; infine, vanno a lavarsi nella fontana vecchia del paese. Probabilmente tale tradizione muove le sue origini dalle antiche confraternite del medioevo, ma i "battenti" di oggi si flagellano per devozione alla Madonna Addolorata e per la morte di Cristo.
Varietà e ricchezza di ornamenti caratterizzano i costumi che si usavano indossare. A Verbicaro, il vestito delle donne, il "cammisuotto" interamente filato e tessuto a mano, era di colore rosso porpora, con gonna di panno plessata ad organetto, corpetto di velluto con le maniche attaccate da nastrini che dalla scollatura abbondante lasciava intravedere la camicia di lino finemente ricamata. Della vecchia tradizione oggi sopravvive, nell'uso comune, "u mallieddu", copricapo di seta, di colore blu a forma di una lunga e larga sciarpa con frangia, che, ripiegato sulla testa in una forma caratteristica, cade sulle spalle fino ai fianchi; una gonna di colore blu o marrone con una camicia bianca ricamata e corpetto di velluto. Il costume maschile, non più in uso da molto tempo, era costituito da un giaccone di velluto o di panno nero e da calzoni corti pure di panno nero, completato da calzettoni di lana e caratterizzato dal cappello di pelle a punta conica, ornato da un nastro. I costumi venivano confezionati da sarti locali e le stoffe di lana o di seta erano generalmente manufatti artigianali pure locali.
Verbicaro ha vissuto una vita comunitaria particolarmente intensa, ricca di umanità; una vita che ha avuto senso nel culto della famiglia, della religione e del lavoro, una vita che resta nel cuore anche di coloro che, nati in questo lembo di terra del Sud in Italia, rivivono il ricordo personale o il racconto tradizionale delle proprie origini, in Italia, in Europa e nelle lontane Americhe.
Il dialetto risente di derivazione da tutte le presenze straniere che si sono avvicendate nel corso dei secoli nel nostro comprensorio. Dall'incontro di queste diverse culture si è definita una propria identità culturale di cui le credenze popolari, i proverbi e mille altri usi sono un aspetto.
L'amore per le tradizioni, da parte del popolo verbicarese, è testimoniato anche dall'esistenza di un gruppo folkloristico Città di Verbicaro, esistente dal 1986, il cui scopo è quello di far rivivere e tramandare, nella loro autenticità, alle nuove generazioni le musiche, i canti, le danze, i "modi di vita" della tradizione popolare verbicarese. I canti che parlano di amore, di lavoro, di sdegno, sono una testimonianza della vitalità, del sentimento, del carattere delle nostre genti, a volte aspro e duro, a volte gentile, delicato, capace di una struggente poesia.
Il fluire è scandito da una serie di appuntamenti irrinunciabili. Alle manifestazioni legate alle tradizioni religiose si affiancano una serie di iniziative:
Una delle manifestazioni più importanti che ha luogo a Verbicaro, è il Verbicaro Festival International che si tiene, già dal 1995, dal 6 al 13 Agosto. E' una settimana all'insegna della cultura dove le tradizioni, l'artigianato, l'arte, il folklore e la gastronomia si fondono in un'unica grande festa popolare, arricchita da spettacoli in piazza, concorsi di pittura, fotografia e rassegne di prodotti agricoli ed artigianali; un'occasione ideale per un incontro ed un confronto con popoli di culture e tradizioni diverse, per uno scambio culturale che arricchisce e diverte contemporaneamente.
La festa patronale della Madonna delle Grazie si svolge il 2 luglio con la processione per le vie del paese, le luminarie e i fuochi d'artificio. La sera della vigilia lungo lo stesso percorso della processione ha luogo la suggestiva fiaccolata dei "zigni", ceppi di legno resinoso portati da devoti.
Festa della Madonna del Carmine il 16 luglio con processione per le vie del paese, luminarie, fuochi d'artificio e festa di piazza.
Festa di San Rocco, che si festeggia in agosto, arricchita dalla presenza di numerosi emigrati che tornano nel paese da cui si sono allontanati solitamente per motivi di lavoro.
Festa di San Francesco che si celebra la seconda domenica di settembre ed ha luogo sulla omonima collina, un suggestivo belvedere naturale a circa tre chilometri dal paese dove si trova il Santuario. La ricorrenza, che richiama la partecipazione di molta gente dei paesi limitrofi, inizialmente si configurava come la festa della vendemmia e si svolgeva la seconda domenica di ottobre.
Festa di "perciavutt", che si tiene l'8 dicembre, con visita alle cantine dette"catuvi"; con degustazioni di vari tipi di salumi e altre specialità gastronomiche verbicaresi accompagnate dal rinomato vino di Verbicaro in un clima di allegria e amicizia con canti e balli in compagnia del Gruppo Folkloristico "Città di Verbicaro".
Sagra della "grispedda" il 13 dicembre che ha luogo nel cuore del centro storico in una splendida cornice di canti e balli tradizionali.
Questa tipologia di manifestazioni rispecchia emblematicamente la filosofia del paese, molto legato a quelle tradizioni semplici ed aggreganti ormai in decadenza, purtroppo, nelle realtà sociali più grandi e dispersive.
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